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Da "La Città": Antonio La Monica "Quando le parole hanno un costo"

Da "La Città" del 5 gigno 2010

Quando le parole hanno un costo

Don Ciotti ricorda le sentinelle della legalità nel segno del cronista ibleo ucciso nel 1972

 

“Non siamo qui per giudicare nessuno, ma per pretendere la verità”. È una delle frasi più significative pronunciate da Don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera. Sono parole semplici quanto ineludibili. La sala Avis è stracolma, come a sottolineare l’importanza dell’evento e quasi a contrappuntare l’imbarazzante assenza di gran parte delle istituzioni. Ragusa si riunisce per ricordare Giovanni Spampinato, il cronista de “L’Ora” di Palermo ucciso ormai 38 anni fa. Un delitto che, come quello dell’ingegnere Tumino di cui Giovanni si occupava con le sue inchieste, richiede ancora chiarezza. Per questo “Libera Ragusa” e l’associazione che di Spampinato porta il nome hanno organizzato l’incontro “Noi e Giovanni”.

“Ragusa deve continuare a riflettere – avverte Ciotti – per evitare che altre ferite simili vengano inferte a questa città per molti versi meravigliosa. Senza una verità completa è impossibile costruire la giustizia. Purtroppo chi, come Giovanni, cerca la verità è un elemento scomodo”. E Spampinato scomodo, con le sue accuse a Roberto Cambria, figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa, lo era di certo. Lo era ancor di più per la sua volontà di indagare e di non fermarsi alla superficie dei fatti. Di studiare possibili connessioni tra i fenomeni. “Una sentinella della legalità – ricorda Don Ciotti richiamando le parole che su Giovanni scrive il fratello Alberto – che raccontava fatti e misfatti di una città che amava. Scrivere, infatti, deve essere un atto d’amore per il territorio”. Don Ciotti sciorina il proprio carisma: “Auguro a tutti voi di essere liberi e senza parrocchie. Oggi siamo circondati da parole di odio, che dividono e che umiliano. Noi vogliamo sentire e proferire parole di pace e di verità”. Il ricordo è per Giovanni Spampinato, ma anche per gli altri sette cronisti uccisi dalle mafie per il semplice fatto di svolgere con coerenza il proprio difficile mestiere. Una professione che, oggi, rischia di essere del tutto svuotata del proprio senso missionario. Don Ciotti richiama alla mente don Peppino Diana, anch’egli freddato dalla criminalità organizzata e contro il quale una campagna stampa diffamatoria si era scagliata proprio da alcuni giornali vicini alla camorra. “Non mi terrò il silenzio – spiega Ciotti citando il profeta Elia – e non mi darò pace finché la verità non splenda. L’informazione, se non condizionata, è fondamentale per realizzare la giustizia. Una cattiva informazione, invece, mette a rischio la democrazia”. Che i riferimenti siano all’attuale panorama giornalistico, appare ancor più evidente quando il sacerdote ricorda il caso Boffo, direttore di Avvenire accusato ingiustamente, e quando aggiunge: “è un fatto grave raccontare una prescrizione di reato come fosse un’assoluzione”. Se poi a fare cattivo giornalismo è anche il TG1, si comprende come la situazione possa apparire grave. “I nostri tempi – conclude don Ciotti – hanno bisogno di profondità e qualità. Proviamo a non limitarci all’indignazione, perché di fronte a certe ingiustizie è bene provare sdegno”.

L’incontro della sala Avis, dunque, ha avuto il merito di far riflettere sul delicato ruolo del giornalismo di inchiesta. Franco Nicastro, presidente dell’Ordine dei giornalisti, con Spampinato ha diviso i primi passi proprio tra le colonne de “L’ora”. “Dopo anni di oblio – spiega Nicastro – la memoria di Giovanni registra un ritorno di interesse. Giovanni scriveva da Ragusa per un giornale animato da una tensione civile che rasentava il furore ideologico. Scriveva da un luogo dove c’era un blocco di potere  tra politici e giornalisti. La sua era una voce che parlava nel deserto. Per questo la sua uccisione fu derubricata in cronaca nera e la sua passione civile liquidata come il fanatismo di chi se l’è cercata. Il suo insegnamento è che la professione di giornalista deve essere svolta in modo rigoroso e trasparente. Credo che anche oggi ci sia bisogno di recuperare la memoria di Giovanni”. Ad Alberto Cicero, segretario regionale dell’Assostampa, è affidato il compito di riflettere su un mestiere in vorticosa trasformazione. “Oggi – avverte Cicero – siamo costretti ad una informazione sempre più veloce ed omologata. Purtroppo non è vero che ad un aumento delle testate giornalistiche sia susseguita un maggiore pluralismo dell’informazione.  Anzi, oggi il ruolo del giornalista appare squalificato e sganciato dall’humus stesso della nostra professione. Si arriva persino a pensare che è possibile fare giornalismo senza giornalisti. Mal pagati, poco liberi e costretti a lavorare in fretta. Non è facile, in tal modo, mantenere la schiena dritta. Il messaggio di Giovanni con il suo sacrificio potrebbe essere quello che c’è sempre bisogno di un giornalismo puro che guardi alle regole. Facciamo bandiera del nostro impegno, ma abbiamo bisogno che anche la società ci aiuti. Siamo necessari, non come casta privilegiata, ma per quello che facciamo”.

Alberto Spampinato è oggi un giornalista dell’Ansa ed è il direttore e il fondatore di “Ossigeno per l’informazione”, l’osservatorio permanente della Fnsi e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti italiani minacciati e sotto scorta e sulle notizie oscurate con la violenza. Giovanni era suo fratello. Alla sua storia ha dedicato il libro “C’erano bei cani ma molto seri”. “Dopo 38 anni - si interroga Alberto - cosa si può fare per Giovanni? Lavorare per la verità e la giustizia al fine di riparare ai torti subiti soprattutto dai familiari. La sua è una storia emblematica per evidenziare dinamiche che ancora non cambiano. Noi tutti vogliamo che la sua figura sia ricordata non secondo le distorsioni date da certa informazione, ma per quello che era. Non un eroe, ma un ragazzo di 25 anni che aveva preso sul serio il suo lavoro”.

Antonio La Monica