| Un caso di coscienza |
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A novembre del 1972, dopo l'assassinio di Giovanni Spampinato, trentasette personalità laiche e religiose di Ragusa, sull’onda dell’emozione espressero il punto di vista dei cattolici progressisti e delle comunità ecclesiali di base, mettendo sotto accusa il perbenismo e la reticenza dei giornali locali e certi atteggiamenti da Ponzio Pilato. Diffusero un volantino che vibrava di sdegno e, qualche giorno dopo, una più meditata e argomentata “lettera aperta alla società e alla stampa ragusana”. Il ciclostilato di quatto pagine reca 37 firme.La prime firme sono del prof. Giorgio Flaccavento, cattolico di base benvoluto dalla Curia, e del prof. Luciano Nicastro (che erano stati due punti di riferimento del gruppo spontaneo Dialogo), dei parroci Giorgio Accetta e Giorgio Colombo, di sei sacerdoti, di insegnanti e studenti.
Mi piacerebbe confrontare con i miei concittadini alcune riflessioni su questo documento. Mi chiedo, ad esempio, se dopo 35 anni, si potrebbe riscrivere la stessa lettera. Mi chiedo cosa resta della figura di Giovanni Spampinato delineata in quel documento, e di quell'ansia di giustizia e verità. Naturalemnete, ho il mio punto di vista. Non credo che l’informa-zione locale si sia emendata – almeno non del tutto - dai vecchi mali. Penso che non sia stata fatta piena luce sul movente dell'uccisione di Giovanni. E constato che sull'altro omicidio, quello dell'ing. Angelo Tumino, su cui Giovanni spingeva la giustizia a operare correttamente, nessuno ha più interpretato la sua ansia di giustizia, e il buio è rimasto assoluto. Un buon cittadino, un buon cristiano non si dovrebbe accontentare di questo misero bilancio, dovrebbe fare qualcosa. Io ritengo che tutta la gente onesta, perbene e di buona volontà di Ragusa dovrebbe quanto meno avevrtire questo problema. Riconoscere che sapere la verità, anche su fatti così lontani nel tempo, è importante, è necessario alla salute di una società. Non voglio fare il processo alla città. Sarebbe ridicolo. Voglio solo capire quanto sia considerato ancora attuale un caso di coscienza che lo era 35 anni fa. Non ho trovato molta gente disposta ad ascoltare questi discorsi. Mi dicono: “Ma che vuoi farci, sono passati quasi 40 anni…”. Io penso che non ci siano limiti di tempo per accertare la verità e sanare ferite inferte nel corpo della società, ferite che non guariscono finché non arriva la verità.Intendiamoci, la giustizia è un’altra cosa: a questo punto io e i miei familiari non ci aspettiamo nessuna riparazione. Credo che la giustizia con noi abbia fallito, non può arrivare a babbo morto. La giustizia (intendo quella terrena) si compiere subito o mai più. Deve produrre effetti in tempi brevi. Dovrebbe riparare i torti subiti. Deve incidere sulla realtà e sulla vita delle persone, impedendo che il delitto produca vantaggi ai colpevoli e aiutando le vittime a recuperare il terreno perduto. Penso che Ragusa non abbia ancora elaborato il lutto per la morte di Giovanni. E non vedo segnali che voglia farlo. Una città, una comunità sana, giusta, di fronte a un fatto grave come l’assassinio di un innocente, di un suo cittadino giusto e impegnato in un compito di valore sociale, dovrebbe fare di tutto per chiarire le circostanze e ricordare alle giovani generazioni quel che è successo, senza partigianerie, naturalmente, ma senza neppure equiparare vittima ed assassino. I cittadini, le istituzioni laiche e religiose, devono assolvere il dovere della memoria, devono ricordare, ricostruire correttamente fatti così gravi per aiutare tutti a farsene un’opinione fondata ed evitare che i traumi sociali possano ripetersi. Questa a mio parere è la strada giusta da seguire. Certe comunità scelgono un'altra via: spazzano la casa, nascondono la polvere sotto il tappeto e se ne dimenticano. A me pare che Ragusa all’inizio abbia scelto questa seconda strada, la meno saggia, e poi non ci abbia pensato più. Eppure il caso sollevato dalla morte di Giovanni a me pare - e non solo a me - che non riguardi solo i suoi familiari e che sia attualissimo. Nel senso che ancora oggi può ripetersi esattamente quello che è successo 35 anni fa: di fronte a una notizia sgradita a qualcuno che conta, un cronista deve girare la testa dell’altra parte, o deve correre gli stessi rischi di Giovanni. |