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Testamento biologico - La legge e i libri che ne parlano

La ‘terza via’ di Ponzio Pilato

 di Luciano Di Natale

 

Voglio fare alcune considerazioni critiche, che credo molti condivideranno, a proposito di tre libri sul testamento biologico, della deludente legge sul fine vita approvata al Senato e in attesa di essere esaminata dalla Camera dei deputati, del tentativo di negare che l’alimentazione e l’idratazione forzata siano delle terapie mediche e dell’indicazione di una fantomatica ‘terza via’ che a me ricorda quella scelta duemila anni fa da Ponzio Pilato.

Parto dal libro  del  vice presidente del Senato, Domenico Nania, parlamentare del Pdl, dal titolo: ”Il testamento biologico – La  terza via”, presentato qualche settimana fa, a Ragusa Ibla, nella Chiesa di Santa Teresa. A quella presentazione sono intervenuti, fra gli altri, mons. Paolo Urso, vescovo di Ragusa, il presidente della Provincia, Ing. Franco Antoci, il sindaco di Ragusa, Nello Di  Pasquale, il dott. Duchi, già presidente del Tribunale di Ragusa, il presidente dell’Ordine dei Medici di Ragusa, Salvatore Criscione. Io, sollecitato dal tema particolarmente importante , che mi tocca da vicino,ho portato il mio contributo, pur nei limiti di tempo strettissimi imposti dalla moderatrice, avv. Gisella Scollo. Ho parlato della realtà che vive una persona che ha perso la coscienza. Nania  ha  definito il mio  intervento ideologico. Probabilmente, da politico navigato, ha capito dalle poche cose che  ho  detto (vissute sulla mia pelle ) che non ero della sua stessa opinione. Credo sia utile a tutti conoscerli e capire da quali ragioni sono dettati.montagna1

Avevo letto da poco, il libro di Beppino Englaro ed Elena Nave, “Eluana - La libertà e la vita”. Leggendolo sono rimasto profondamente colpito  dalla sensibilità e dalla sofferenza di questo padre determinato a far valere il rispetto per la propria figlia in stato vegetativo permanente da lunghi anni, un padre che ha condotto una lotta giudiziaria lunga e penosa agendo con chiarezza e alla luce del sole. Grazie a lui molti italiani hanno preso coscienza della necessità, sull’atto delicatissimo del fine vita, di una legge giusta e rispettosa della persona, degna di una Repubblica moderna e laica.

Il contrasto fra il libro di Englaro e quello di Nania è stridente: nel primo parla un padre, un cittadino rispettoso delle leggi, un laico che chiede allo Stato di essere coerente con i dettati costituzionali, un cittadino che chiede l’intervento dello Stato  per porre fine alla barbarie dello stato vegetativo permanente provocato da una medicina  troppo invasiva.

Nel secondo  libro, invece, a parlare è un giurista, un politico che vuole rispettare i dettati costituzionali ma che è prigioniero della propria storia politica e propone sul  testamento biologico una legge che sicuramente non è idonea alle esigenze dei cittadini italiani.

Il senatore Nania non accetta l’intervento dello Stato né delle strutture sanitarie pubbliche sul dove e come congedarsi dalla vita. Paragona il rifiuto all’idratazione e alla nutrizione equivalente alla rinuncia al ricovero e all’assistenza medica . A tal proposito scrive:”la persona-paziente….potrà esprimere il consenso informato accettando i sostegni vitali e restando nelle cure  del Servizio sanitario nazionale anche in caso di perdita della coscienza, oppure rifiutando i farmaci salva-vita e attendendo il decorso naturale della malattia, in assoluta autonomia e senza coinvolgere altri, nel suo domicilio e nella sua sfera giuridica privata. L’unica cosa che non si può fare è motivare , contestualmente, l’interruzione degli atti medici con il desiderio di attendere il decorso naturale della malattia, e la richiesta dell’assistenza sanitaria con l’intento di morire prima, sedati, ma di fame e di sete”.

Nania asserisce  che la   Costituzione non riconosce un diritto a morire con l’ausilio di terzi  pur non affermando un dovere di vivere. Quindi , secondo lui, il paziente può decidere se e quando morire, ma non ha il diritto di scegliere dove e come morire. In sostanza non può pretendere dalle strutture sanitarie il sostegno per morire.

Faccio osservare che, in quanto rappresentante dei cittadini, non può eludere le proprie responsabilità proponendo di lasciare soli  il malato ed il suo tutore: la terza via da lui ipotizzata  si ispira proprio ad un comportamento “pilatesco” dello Stato.

C’è anche un aspetto paradossale nel ragionamento del senatore Nania che difende la tecnica terapeutica a difesa della vita: il nostro Stato nega il ricorso alla tecnica quando si deve nascere, difende la procreazione naturale  negando di fatto la felicità a tante coppie povere  non fertili, mentre le coppie meno povere possono aggirare il divieto recandosi all’estero.

Che stranezze italiche! Che strana morale quella che ammette invece il ricorso massiccio alla tecnica quando per natura si dovrebbe morire.

Il progetto di legge sul testamento biologico dell'on. Calabro', approvato recentemente  al Senato,  ha sancito  la privazione del diritto all'autodeterminazione, che pure è sancito dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione di Oviedo, per i malati privi di lucida coscienza. Non a caso in questo testo si parla di dichiarazioni anticipate di fine vita, e non di direttive anticipate di fine vita. Quelle che negli altri paesi si chiamano direttive anticipate di trattamento di fine vita  sono rispettate assolutamente. Se in Italia le vogliono chiamare dichiarazioni anticipate forse è perché così si potranno eludere o ostacolare più facilmente. In una repubblica autoritaria   questo modo di procedere sarebbe normale. Spero proprio che non diventi normale anche in Italia.

I nostri padri costituenti hanno scritto una  Costituzione  rispettosissima della dignità della persona umana. Ma quando l’hanno scritta, nel 1946-1947, non immaginavano che in futuro, nelle sale di rianimazione si sarebbe potuto mantenere in ”vita” persone malate prive di coscienza tenendole “attaccate” a delle macchine per decenni. Diversamente avrebbero previsto norme chiare per evitare  la  barbarie che obbliga una persona a vegetare prigioniera del proprio corpo, come una cavia  da laboratorio.

Il d.d.l. Calabrò,  che piace (sia pure con qualche piccola modifica) al sen. Nania, invece, riflette un’insana alleanza fra fondamentalisti e medici oltranzisti della vita che, spesso, con il loro intervento, generano solo una inutile e penosa sospensione del morire e lasciano il malcapitato in un osceno limbo.

E’ una truffa, una odiosa   truffa,  come scrive, a tal proposito, Beppino Englaro:  “L’incapace di intendere e di volere perde la possibilità di rifiutare i trattamenti vitali anche se si era espresso in precedenza per il rifiuto di essi.

In questo modo si entra nel circolo della   : poiché non sono in grado di esprimersi, perdono l’occasione di poter uscire da un  circolo infernale”.

Prima di conoscere sulla pelle mia e della mia famiglia  l’orrore dello stato vegetativo, pensavo alla morte come qualche cosa di naturale, che si deve attendere ed accettare con tranquillità. Ho avuto modo di essere vicino all’epilogo della mia vita quando ho avuto un grosso infarto. Mentre mi portavano in ospedale, pensavo che, tutto sommato, mi potevo congedare serenamente dalla vita, perché lasciavo tutto a posto: una brava moglie e due figli intelligenti e assennati  in grado di badare  a  se stessi. Oggi per me  non è più così e, ne sono certo, non è più così per milioni di italiani terrorizzati al pensiero di essere”salvati” in extremis ( per esempio in una sala di rianimazione) ed essere poi costretti a vivere una vita zoologica per niente dignitosa. Se passa alla Camera il d.d.l.,così come è stato  approvato al Senato,  in Italia non sempre sarà possibile “morire in pace”.

Il Sen. Nania , in buona compagnia di parte della Chiesa e di  un  nutrito gruppo trasversale di politici, non considera la nutrizione e l’idratazione forzata una terapia medica, quale sono, ma un trattamento vitale che il paziente ormai incapace di intendere e di volere, non può rifiutare, sebbene sia sempre un cittadino e in quanto tale un titolare di diritti.

E’ sconcertante che nel nostro paese si voglia fare una legge che vieta la possibilità di rifiutare la nutrizione e l’idratazione artificiale. E’ un’orribile truffa: in tal modo una persona che non vuole vivere per anni o decenni prigioniera del proprio corpo. Per un giovane, con un’aspettativa di vita quasi uguale a quella dei coetanei, la situazione è particolarmente drammatica.

Trovo significativa la testimonianza della figlia del grande attore Nino Manfredi: «Mio padre come Eluana, è stato una vittima. Anche lui ha subito accanimento terapeutico per un lunghissimo e atroce anno di agonia. Salvato in extremis tre volte è stato rianimato, legato alle macchine per respirare, intubato con una tracheotomia, con cannule in tutto il corpo per farlo mangiare e bere a forza. Lui non avrebbe voluto questa inutile tortura ma non poteva parlare, non poteva difendersi. Abbiamo cercato di farlo noi per lui ma non è servito. Nessuno ci ha ascoltato. Per questo ci vuole una legge sul testamento biologico: perché sia rispettata la volontà della persona, perché non accada come a papà di doversi conquistare il diritto a smettere di soffrire solo dopo un anno di straziante agonia. Aspettando la morte come una liberazione». 

A proposito di nutrizione e alimentazione, voglio ricordare come si è espresso, in una intervista, Gian Domenico Borasio,  neurologo, esperto in Sla che ha la cattedra in cure palliative all'Università di Monaco di Baviera:

< Idratazione e nutrizione sono terapie mediche e non assistenza?
«L'assistenza avviene se io imbocco una persona, la terapia è se le metto il sondino. Gli esperti tedeschi di diritto e di bioetica, compresi teologi di ambo le chiese, e l'ordine dei medici sono concordi su questo punto».
In Italia alcuni schieramenti cattolici sostengono che Eluana morirà di fame e sete. Che pensa?
«Dal punto di vista neurologico è un controsenso, poiché le parti del cervello che sono necessarie per creare la sensazione soggettiva di fame e di sete non funzionano più. Ma anche come palliativi   posso assicurarle che, quando i malati muoiono senza nutrizione e idratazione, questa è una delle morti più pacifiche possibili».
Perché in Italia si fa tanta confusione?
«Una volta, la gente anziana che moriva di vecchiaia, mangiava di meno, beveva meno, si affievoliva e si spegneva in pace. Oggi sappiamo perché: una lieve disidratazione ha effetti analgesici e aumenta la produzione di endorfine. Le cure palliative possono aiutarci a riscoprire la morte naturale».
Idratare e alimentare che cosa comporta?
«L'idratazione è controindicata in fase terminale. Prima che il cuore cessi di battere, smettono di funzionare i reni. L'acqua inserita nel morente rimane nel corpo e può dar luogo a edema polmonare con sensazioni di soffocamento. La nutrizione artificiale è inutile e può essere altrettanto dannosa
». >

Nel  sito www.pubmedcentral.nih.gov di un istituto di ricerca clinica famoso in tutto il mondo si  legge che “ la sospensione dell’idratazione non comporta sofferenze per il paziente, ma stimola il riflesso di endorfine e composti biologici dall’effetto anestetico che favoriscono un senso di benessere del paziente” Nell’antichità molti erano i vecchi che, stanchi e malati decidevano di abbandonare la vita  rifiutando cibo  ed acqua”.

Tutto ciò non è per niente bello né poetico. Ma la realtà è questa.

Alcuni obiettano: ”Ma chi può decidere quale vita sia degna di essere vissuta e quale no?”. Replico: voi la vorreste vivere una vita così poco dignitosa? Accettereste di essere innaffiati come piante? E’ comodo fare i moralisti sulla pelle degli altri!

Concludo con la citazione di un passaggio che condivido di un terzo libro, quello del senatore Ignazio Marino, “Nelle Tue mani - Medicina,fede, etica e diritti:

In nessun altro paese al mondo si è riusciti a scrivere in una legge che l’idratazione e nutrizione artificiali non sono trattamenti sanitari, perché nessuno ha avuto l’arroganza di affermazioni così contrarie alla conoscenza scientifica. Nella maggior parte dei casi le leggi sono state scritte chiedendo aiuto alle persone che conoscono la scienza e possono essere di conforto per evitare di produrre l’obbrobrio legislativo a cui siamo arrivati. Purtroppo questa legge così dibattuta non servirà a nulla. E’ una legge ‘contro’: contro la libertà di scelta,contro i medici, contro i malati e i familiari, contro chi si confronta con la malattia, che avanza inesorabilmente, e si interroga sulla fine della vita”.

 Ragusa, 22 luglio 2010


 
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Che fare a Ragusa dopo il convegno con don Ciotti

“QUEL MORSO IN PIU’ ”

GIOVANNI SPAMPINATO E L’IMMAGINE DEL GIORNALISMO D’INCHIESTA

 

"Nella mia testa si sono aperte migliaia di valvole. Devo versare fuori migliaia di parole o soffocherò. Quindi vi prego di non interrompermi." ("F.M.Dostoevskij)
“L’Italia è un Paese senza Verità” (L.Sciascia)

Cosa lega Sciascia e Dostoevskij ad un tranquillo pomeriggio ragusano d’Aprile? Apparentemente nulla, eppure chi ha partecipato al Convegno promosso dalle Associazioni “Giovanni Spampinato” e “Libera” sulla figura di Giovanni Spampinato, lo scorso 26 aprile, non può fare a meno di cogliere un sottile filo comune tra queste frasi e gli argomenti trattati. Primo fra tutti quello di restituire alla memoria collettiva la figura del cronista ragusano, corrispondente de “L’Ora” di Palermo, assassinato nel capoluogo ibleo il 28 ottobre del 1972, a soli 25 anni perché cercava la verità o, meglio, perché scriveva troppo, come ricorda il fratello Alberto (anch’egli giornalista, direttore e fondatore di “Ossigeno per l’informazione”, l’Osservatorio permanente della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti) nel suo libro “C’erano bei cani ma molto seri” in cui è descritta la storia di questo delitto assurdo e degli intrecci torbidi e malavitosi di un’anonima città della Sicilia degli anni ‘70 che Giovanni aveva portato alla ribalta delle cronache locali con le sue inchieste troppo accurate e minuziose.
Da Don Ciotti (presidente di “Libera”) al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, al Segretario dell’Ass.Stampa Siciliana, il coro di voci che si innalza sulla platea attenta converge su una riflessione unanime: la morte di questo “ardimentoso” giornalista ha lasciato una profonda ferita nel cuore della famiglia e della comunità intera e il ritratto condiviso che emerge dai ricordi di chi lo ha conosciuto ne è la conferma; Giovanni Spampinato era un idealista, uno che prendeva sul serio e con passione la sua professione, che non dava niente per scontato e che metteva al di sopra di tutto il diritto dei cittadini ad essere informati. Era uno scomodo, cioè, uno che, pur essendo consapevole di quello che rischiava “aveva in testa migliaia di valvole e doveva necessariamente versare fuori migliaia di parole”, finendo per pagare con la vita l’eccessivo amore per la verità, la giustizia, la libertà e, non ultima, la propria città. Una città che, “babba” per definizione, non lo ha ripagato con la stessa intensità ma che anzi lo ha messo nel dimenticatoio, come dimostra il fatto che fino a pochi anni fa la sua esistenza era sconosciuta alla maggior parte dei suoi concittadini.
Eppure, Giovanni Spampinato, è stato un antesignano (probabilmente unica, vera, testimonianza libera) del giornalismo d’inchiesta nella provincia iblea, un precursore dei tempi, un cane sciolto, un uomo che al pari di altri colleghi siciliani (De Mauro, Francese,Fava, Rostagno,Impastato, etc…) fu ucciso per il suo coraggio, punito per aver voluto spingersi oltre la superficie, per aver squarciato il velo di ipocrisia e di falso perbenismo che regnava in una tranquilla città di provincia e per averne messo in luce misfatti e lati oscuri (legami eversivi, loschi traffici) al punto che all’epoca del delitto, si insinuò di una morte “cercata”, conseguenza naturale di quegli “scritti” impudenti e di quelle affermazioni sbandierate senza troppa cura con cui aveva finito per provocare il suo assassino, sospettato di essere l’autore di un precedente omicidio sul quale, come corrispondente ibleo, stava indagando.
Ma la sorte, si sa, non è benevola con i giornalisti coraggiosi e ficcanaso come Giovanni. Oggi come ieri si continua a morire per la “verità” e non solo in Italia che, come ci ricorda Sciascia, è per antonomasia il Paese senza verità.
L’ultimo rapporto dell’UNESCO (Agenzia delle Nazioni Unite incaricata di difendere il principio della libertà di stampa e di espressione sancito dalla Carta di S.Francisco), presentato a Parigi il 25 Marzo scorso e passato, tra l’altro, sotto silenzio, lancia dati allarmanti sugli attacchi costanti alla libertà di stampa e sulle stragi di giornalisti uccisi per colpa del “dovere di cronaca”, ben 125 in tutto il mondo nello scorso biennio (2008-2009) di cui solo una minima percentuale riguardante i corrispondenti di guerra.
Già, perchè è questo il paradosso: oggi è più rischioso cercare di esercitare con imparzialità questo mestiere in Paesi dove regna la Pace e vige la cosiddetta Libertà di stampa che in quelli tradizionalmente funestati da drammatiche e violente situazioni interne. Si è più soggetti ad intimidazioni, minacce e condizionamenti quando si tenta di raccontare senza filtri retroscena compromettenti di personaggi politici, di sospette trame economiche, di abusi, frodi e scandali di ogni tipo e in ogni settore del vivere civile.
“Meglio ladro che giornalista”, tuona Marco Travaglio per il quale il mestiere del giornalista oggi in Italia è diventato una “via crucis fra denunce civili e penali, garanti della privacy ed esposti all’Ordine (per quelli televisivi, anche Vigilanza del Parlamento, Autorità delle comunicazioni e Governo) contrariamente a quello che accade, per esempio, negli Stati Uniti dove il giornalista deve solo stare attento a controllare che quel che si dice sia vero.
Oggi la parola “reportage” rimane un vezzo elitario, per quei pochi della categoria che ancora si ostinano a voler onorare la professione con onestà e deontologia (Milena Gabanelli su tutti), perché è sempre più difficile realizzare un’inchiesta, narrare i fatti senza veli anche dopo un attento e serio lavoro di verifica delle fonti. Perché occorre trasformarsi in detective privati, rovistare dove non è permesso, districarsi abilmente tra contatti pericolosi, fonti contaminate e pressioni politiche e per un iscritto all’Ordine che viene pagato una miseria ad articolo quello del reporter è solo un’utopia masochista.
Da qui, probabilmente, la crisi e la profonda trasformazione tuttora in corso nel settore della professione giornalistica (su cui incide anche l’evoluzione tecnologica e l’utilizzo del web come viatico immediato di notizie) e la scelta, in generale, di optare per un’informazione più morbida, senza grossi rischi, che privilegi notizie gossip e faccia leva sulla curiosità da pettegolezzo della maggior parte dei destinatari. L’informazione va perdendo, così, il suo ruolo sociale, diventa sempre più un prodotto industriale, una forma di pubblicità perenne, aumenta la pluralità ma non la consistenza (non c’è una reale conoscenza della notizia), non si riesce più a distinguere tra comunicazione e informazione e cambia finanche la figura del giornalista, più tecnico che scrittore, più omologato che indipendente e, conseguentemente, il suo rapporto con il territorio. Si è meno incline a scavare, ad ascoltare e a confrontarsi e più, invece, a scegliere, mediare e interpretare le notizie direttamente on-line. Con il rischio di passare per “giornalai” più che per “giornalisti” perché manca il reale approfondimento, quel “morso in più” di cui parla Don Ciotti a proposito di Giovanni Spampinato e del giornalismo d’inchiesta, quell’impegno misto a “qualcosa in più” che è tipico di chi ama incondizionatamente la propria terra e si batte quotidianamente per la “Verità” e la “Libertà” di informazione.
Ritornando a dove siamo partiti e, cioè, al convegno e a Giovanni Spampinato, è d’obbligo allora una riflessione. La sua morte (come quella di altri colleghi che hanno preceduto o seguito il suo esempio), alla luce di quanto abbiamo detto finora, è valsa a qualcosa? Perché evidentemente siamo un po’ lenti a capire. Ci sono voluti ben 35 anni, due premi prestigiosi (premio S.Vincent di giornalismo nel 2007 e premio Mario Francese) e l’attività irrefrenabile e certosina del fratello (attraverso convegni, articoli, interviste,iniziative) per riabilitare la figura di questo “vivace” cacciatore di notizie e riconoscerne il valore di cittadino impegnato e professionista zelante. Ora è tempo che ognuno di noi faccia la sua parte. Tocca alla popolazione iblea, quella onesta e cristiana, almeno, continuare a promuovere la sua figura e il suo lavoro, perché essa ha il dovere e la responsabilità morale di coltivarne la memoria e di trasmetterla alle nuove generazioni, affinché l’amore per la verità e l’ansia di giustizia siano ancora e sempre valori fondanti del nostro modo di vivere la vita, prima ancora da cittadini consapevoli che da giornalisti indignati.


Daniela Ferrara
su www.operaincerta.it

 
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IL NOME DI GIOVANNI AL CORTEO DI MILANO


Gli studenti della 2°N del Liceo Aldo Moro e dalla 2°F dell'Istituto Artistico G.Chierici di Reggio Emilia hanno adottato la memoria di Giovanni Spampinato. Il 20 marzo 2010 hanno partecipato a Milano alla Giornata della Memoria e dell'Impegno promossa da Libera  portando in corteo uno striscione con il nome del cronista di Ragusa e un'altro striscione sull'importanza del ricordo delle vittime.


100320_Milano_striscione_Giovanni_Spampinato

 

 

100320_Striscione_Raccontare

 
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DON CIOTTI: CHE GUAIO SE RAGUSA DIMENTICA GIOVANNI SPAMPINATO

 

RAGUSA, 27 APR 2010 - ''Com'è possibile che Ragusa abbia dimenticato Giovanni Spampinato per così tanti anni? Che ancora adesso, dopo 38 anni, la sua città non faccia qualcosa per ricordarlo come merita?'', ha chiesto il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, al convegno "Noi e Giovanni", promosso lunedì 26 maggio 2010 a Ragusa dall'Associazione Giovanni Spampinato e da Libera per ricordare il cronista assassinato nel capoluogo ibleo il 28 ottobre 1972.

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Lo stesso giorno don Ciotti ha partecipato a un incontro sulla legalità al Liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Ragusa, promosso dalla professoressa Tina Petrolio. Anche nel corso di questo incontro ha parlato di Giovanni Spampinato, invitando  gli studenti a conoscere la sua storia e i suoi scritti e a ravvivarne il ricordo.

Don Ciotti ha ricordato che Giovanni era il corrispondente del giornale L'Ora ed aveva 25 anni quando fu ucciso. Aveva una concezione ideale del suo mestiere di giornalista e lo svolgeva fino in fondo, nell’interesse collettivo, sentendosi titolare e responsabile della funzione pubblica di informare la comunità di tutti i fatti importanti per la comunità. Era un cronista corretto e scrupoloso e privilegiò sempre il diritto dei cittadini di essere informati. Non dava mai niente per scontato, cercava i dati, li verificava, teneva conto dell'attendibilità delle fonti, rappresentava tutti i punti di vista. Pubblicava anche le notizie scomode su personaggi potenti, pur sapendo che così si isolava da altri giornalisti e correva dei rischi. Fu ucciso proprio per avere pubblicato una notizia di questo genere, una notizia che gli altri giornalisti non pubblicarono. In questo senso, ha aggiunto il presidente di Libera, la storia di Giovani ricorda quella di Giancarlo Siani, ucciso a Napoli nel 1985 dalla camorra. Fra l'altro, quando furono uccisi Giancarlo e Giovanni avevano la stessa età. La storia di Giancarlo è stata raccontata da Marco Risi nel film Fortàpasc".  Quella di Giovanni nel libro del fratello Alberto, “C’erano bei cani ma molto seri”, nel quale, ha detto Don Ciotti, “si dice una cosa con cui concordo pienamente: l’assassinio di Giovanni non riguarda solo la sua famiglia, ma tutta la città, è una ferita per tutta la comunità di Ragusa, una ferita ancora aperta che chiama a riflettere’’.

“Giovanni aveva passione per la sua città. Credo che sia stato un atto d’amore per la sua città scrivere quelle pagine, quegli articoli su fatti e misfatti. E’ un atto d’amore perché uno che ama la giustizia, la libertà, la vita umana vuole il bene della sua città e del suo territorio. Giovanni ha scritto di quei misteriosi intrecci, di quelle connessioni, di quelle distorsioni.  Sono quelle che lo hanno portato alla morte”. alberto_ciceroioalberto_spampinatoluigi_ciottifranco_nicastro

“Ogni cittadino di Ragusa - ha aggiunto don Ciotti - dovrebbe dire: quando spararono a Giovanni hanno sparato anche a me. Colpirono uno che lavorava anche per me. E' un brutto guaio se Ragusa dimentica Giovanni, se non riesce a ricordarlo come merita, se non prende coscienza di tutto ciò, se i concittadini non chiedono di fare piena luce sulla sua morte".  Don Ciotti ha messo in evidenza un paradosso:

Giovanni ha perso la vita per cercare la verità, ma “mancano ancora verità e giustizia sulla sua morte. Non ci dobbiamo rassegnare – ha aggiunto - davanti alle risposte che mancano. Dobbiamo impegnarci per  avere verità e giustizia e per fare conoscere la storia di Giovanni. Tutti devono sapere che Giovanni e' stato ucciso perché difendeva la libertà. Tutti devono sapere che per la stessa ragione, sono stati uccisi molti altri siciliani, perché la Sicilia è una terra di soprusi e di sopraffazioni, dove la libertà si difende combattendo una lotta di resistenza. Una lotta per la libertà, l’informazione, la democrazia, che sono strettamente intrecciate: senza una di esse, non ci sono le altre due”.

''Giovanni era un giornalista coraggioso che non si fermava alla superficie dei fatti. Scendeva in profondità, com'e' necessario. Non c'e' dubbio che sia stato ucciso per questo. Per lo stesso motivo sono stati uccisi dalla mafia in Sicilia altri sette giornalisti: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro,  Mario Francese, Pippo Fava, Mauro Rostagno, Peppino Impastato, Beppe Alfano. Dobbiamo ricordarli tutti, dobbiamo conoscere la storia di ognuno di loro''.

Don Ciotti ha concluso sollecitando nuove iniziative a livello locale e nazionale, da parte della società civile e delle istituzione, per far conoscere la vita e gli scritti di Giovanni, ed anche il contesto in cui fu ucciso: quello della provincia periferica, non illuminata dall’informazione della grande stampa; il contesto del torbido mondo  dell'eversione nera collegata a settori della malavita e della mafia e a pezzi di istituzioni.

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Giovanni ci ricorda che abbiamo il grande dovere e la responsabilità di coltivare la memoria delle vittime e di trasmetterla alle nuove generazioni, perché nella memoria ci sono le nostre radici, la nostra ancora.

La richiesta è stata condivisa dagli altri relatori che hanno  preso la parola: il presidente dell'Ordine dei giornalisti della Sicilia, Franco Nicastro; il segretario dell'Associazione Siciliana della Stampa, Alberto Cicero; il vice presidente dell'Associazione Giovanni Spampinato, Giovanni Meli; Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, giornalista dell'Ansa. Intanto Libera- Ragusa è stata intitolata a Giovanni Spampinato, ha annunciato il referente provinciale Gianluca Floridia.

 

Guarda il video:

http://www.facebook.com/video/video.php?v=1323545647031&ref=mf

Vedi anche:

http://www.giovannispampinato.it/index.php/dovequando/143-introduzione-al-convegno-del-26-aprile