Andrea Fabozzi. Il Manifesto, 28 ottobre 2005

La verità negata del delitto Spampinato

Giovanni, giovane cronista dell’Ora e dell’Unità, fu ucciso in Sicilia il 28 ottobre 1972. Indagava su un altro omicidio. Un caso da riaprire: Mafia e trame nere, nuovi documenti e una procura che non vuole vedere. Accade a Ragusa, oggi come 33 anni fa.

Quando Roberto Campria sporco di sangue e con la pistola ancora in pugno andò a costituirsi, denunciando se stesso per l’omicidio di Giovanni Spampinato, la notte tra il 27 e il 28 ottobre 1972 a Ragusa, in questura dovettero ricordarsi di quella denuncia a suo carico per porto abusivo di armi. Era rimasta nascosta negli uffici di Ps. Qualcuno corse a portarne una copia in procura appena fece giorno. Roberto era il figlio del presidente del tribunale di Ragusa Saverio Campria. Possedeva senza permesso un fucile e due pistole, altre due era andato a comprarle pochi giorni prima a Caltagirone. Erano la Erma calibro 7,65 e la Smith & Wesson calibro 38 con cui sparò a Spampinato che aveva 26 anni ed era un giornalista, corrispondente dell’Ora di Palermo e dell’Unità.

Nella primavera di quel 1972 Spampinato aveva pubblicato diverse inchieste sui neofascisti del sud est siciliano, sui loro rapporti con la mafia e gli affari del contrabbando, aveva scoperto un canale che collegava Siracusa alla Grecia dei colonnelli. Si trattava di Xenophòn Mephalopoulos, console greco in Sicilia con attività che andavano dall’edilizia al calcio all’antiquariato, soprattutto buon amico del sindaco Dc Giuliano.

Su L’Ora di Vittorio Nisticò – quel piccolo grande giornale di inchiesta dove sono cresciuti tanti cronisti e tre sono morti ammazzati dalla mafia (prima di Spampinato, Cosimo Cristina e Mauro De Mauro) – Spampinato aveva raccontato delle visite a Ragusa del latitante neofascista Stefano Delle Chiaie e di Vittorio Quintavale, ex X Mas interrogato dalla polizia dopo un altro omicidio, avvenuto sempre a Ragusa all’inizio di quel 1972 e che è legato a doppio filo all’omicidio di Giovanni Spampinato.

A morire, il 25 febbraio 1972, per un colpo di pistola alla fronte era stato l’ingegnere Angelo Tumino, il cadavere fu trovato in piena campagna. Tumino era stato consigliere comunale del Msi e aveva partecipato senza troppa fortuna ad alcune speculazioni edilizie nella zona di Modica. Poi aveva iniziato una misteriosa attività di antiquario, comprando non si sa con quali soldi tantissimi oggetti d’arte e di valore che stipava in diversi magazzini. Il primo ad essere interrogato per quel delitto, poche ore dopo il ritrovamento del cadavere, fu Roberto Campria. Il figlio del presidente del tribunale era il miglior amico di Tumino, era frequente vederli uscire insieme per battute di caccia antiquaria. Anche il giorno dell’omicidio?

A sentire una testimone diretta sì. La signora Elisa Ilea vide Tumino uscire da casa quel pomeriggio, in un’ora molto prossima a quella dell’omicidio, in compagnia di un giovane che aveva queste caratteristiche: nome di battesimo Roberto, età intorno ai trent’anni, capelli corti, frequentazione assidua con la vittima, automobile chiara di piccola cilindrata targata Ragusa. In più la testimone davanti al magistrato riconobbe in foto il Campria. Era lui con Tumino, nonostante il figlio del giudice insistesse col dire di averlo visto l’ultima volta cinque giorni prima. Ma al magistrato che ebbe in sorte l’inchiesta, il sostituto procuratore Agostino Fera, tutto questo non bastò. Fera, nonostante altri indizi, non fece niente. E non fece niente nemmeno quando Campria, una settimana prima di uccidere Spampinato, andò a trovarlo in procura raccontandogli di aver ricevuto strane proposte da persone «sconosciute» che volevano coinvolgerlo in un traffico di sigarette e di una misteriosa valigetta. Niente, salvo anche lui correre ai ripari dopo l’omicidio Spampinato, con una nota informale inviata alla procura generale di Catania per raccontare i fatti e concludere di aver suggerito a Campria di rivolgersi alla Guardia di Finanza.

Così Roberto Campria fu lasciato libero di colpire. Ma probabilmente era tutt’altro che libero, perché ricattato da chi sapeva il come e il perché dell’omicidio Tumino. Dopo l’assassinio Spampinato, i veleni nei palazzi giudiziaria di Ragusa si fecero così carichi che il giudice Saverio Campria scrisse un memoriale destinato al Csm. Nel quale tra l’altro si leggeva: «Durante l’istruttoria sul delitto Tumino, verso la fine di settembre, mio figlio si è fatto ricevere dal sostituto procuratore Fera (…) lo stesso sostituto ha detto a mio figlio che in un certo momento era stato disposto un provvedimento di fermo per lui e per altre quattro persone, provvedimento che era stato ritirato per un riguardo a me». Fera naturalmente smentì tutto quando la notizia uscì su La Sicilia.

Nelle sue cronache sull’omicidio Tumino, Giovanni era stato il primo, anzi l’unico a dare conto dei sospetti sul figlio del presidente del tribunale. Negli otto mesi che separarono i due omicidi, Roberto Campria prima querelò (senza successo) Spampinato, poi cominciò ad assillare il giornalista promettendogli rivelazioni e insistendo perché lo scagionasse nei suoi pezzi. Infine lo uccise.

Per il suo delitto fu condannato a 14 anni, ne scontò meno della metà. Dopo 33 anni l’inchiesta sull’omicidio Tumino potrebbe essere riaperta, e anche la verità sui mandanti dell’omicidio Spampinato potrebbe tornare a galla. C’è un ostacolo, però, come hanno denunciato in un’interrogazione al ministro della Giustizia i deputati del Pdci: Agostino Fera è sempre a Ragusa, è lì da 37 anni e da 13 è il procuratore capo. Le novità non le vede di buon grado, nemmeno la massa di documenti nuovi che un giornalista ostinato e coraggioso come Carlo Ruta sta raccogliendo nei suoi libri e su internet (un primo sito gli è stato oscurato, ora c’è leinchieste.com). Anzi, quando l’anno scorso ha deposto a Messina in un procedimento contro Ruta, Fera ha persino offeso la memoria di Giovanni: «I giornali potevano scrivere quello che volevano – ha detto -, i giornali purtroppo hanno causato poi il secondo omicidio (quello di Spampinato, ndr)».

Titolava L’Ora a tutta pagina la sera di quel 28 ottobre: «Assassinato perché cercava la verità». E Vittorio Nisticò scriveva: «Nella sua città era accaduto un torbido delitto maturato negli ambienti dell’estrema destra ragusana e Spampinato invece di registrarlo pigramente sulla scorta delle solite veline di polizia si era impegnato ad andare fino in fondo nella ricerca della verità (…) E’ il prezzo del coraggio e della verità ch’è terribilmente alto in Sicilia, per un giornale e per dei giornalisti che intendono compiere il loro dovere rifiutando la regola del lasciar correre e del vischioso compromesso».